Pare che oggi si sia finalmente compreso che la Sicilia, nella rappresentazione della sua immagine, ha sofferto di un eccesso di “sicilitudine”, per usare un termine di Sciascia. È stata troppo raccontata solo in un certo modo, e questo è avvenuto perché, dai tempi del GrandTour ha cominciato ad esercitare un fascino particolare, in ragione di alcune spiccate caratteristiche.
Così le opere d'arte del tempo, grafiche e pittoriche (deputate alla diffusione dell'immagine della Sicilia in Europa) perlopiù mostravano solo certi aspetti del paesaggio. L'attenzione si concentrava verso alcuni straordinari siti archeologici e su di alcuni particolari scorci naturali (Taormina ne è l'esempio più lampante). Cominciava inoltre ad insinuarsi nell'immaginario collettivo, una certa visione terrifica del paesaggio dell'Etna.
Le vedute panoramiche della Conca d'Oro esprimevano invece un senso di eterna e mitica bellezza, (l'immagine della Sicilia all'inizio è infatti fondamentalmente legata al mito…. solo dopo si cominciarono a diffondere le vedute di ambiti meno ameni, in sintonia con la diffusione delle opere di Verga. Il paesaggio desolato del latifondo, Il senso di solitudine e la condizione dei contadini).
La fotografia successivamente semplicemente ribadì in molti casi le stesse vedute che a loro volta erano state diffuse dalle opere di alcuni noti pittori. Altri artisti da tali immagini presero poi spunto, producendo a loro volta ulteriori opere pittoriche ed attuando di fatto un fecondo rimando di immagini, che però ha nel tempo contribuito a bloccare su certi parametri l'immagine della Sicilia.
In letteratura con Verga si giunse a suggerire il tipo di paesaggio siciliano per eccellenza. Da Verga infatti si può affermare prendano spunto moltissimi autori, seppure ad ondate successive. Questo non vuol dire che ognuno abbia descritto in modo simile la Sicilia… anzi, si riscontrano a volte opinioni molto diverse e descrizioni talmente distanti tra loro da non poterne trovare un comune denominatore.

I giganti di Messina rimandano al concetto di porta. Anche la data in cui vengono festeggiati, la metà di Agosto che notoriamente si configura come porta dell'inverno, supporta questa lettura. La città stessa di Messina è porta della Sicilia, come Reggio Calabria è porta dell'Italia in rapporto alla Sicilia. Anche a Reggio infatti si celebrano le due singolari figure. La festa in Calabria prevede una danza della coppia di giganti, fantocci alti tre metri, che portano lo stesso nome di quelli di Messina, Mata e Grifone.
Le figure dei due giganti presentano le stesse caratteristiche di quelli messinesi: Lei, bionda e dall'aspetto nordico, viene rapita da lui, moro che giunse dal mare, proprio come a Messina dove la leggenda racconta pressappoco la stessa storia. Si fa riferimento ad un certo Hassam ibn Hammar, pirata antropofago, che nel 964 sbarca presso le coste messinesi per saccheggiarne i paesi, ma si innamora della bella figlia di Cosimo II, di nome Marta, (da cui Mata). All'opposizione dei genitori di concedergli la figlia in sposa il moro ricorse al rapimento della fanciulla, che lo convinse alla conversione al Cristianesimo e a mutare il suo nome in Grifo.
Cosa c'entra Michelangelo con il culto dei sette Angeli a Palermo? E quali sono le connessioni tra un misterioso ritrovamento avvenuto in una piccola chiesa palermitana e la ben nota Santa Maria degli Angeli di Roma?
Per saperlo bisogna fare riferimento a quanto accaduto nel 1516, quando, nella duecentesca chiesetta, non più esistente di Sant'Angelo di Palermo, ricadente in prossimità dell'odierna piazza Sett'angeli, si scoprì casualmente, (come riporta Gaspare Palermo nella sua ormai nota Guida) a causa di un improvviso distacco di intonaco, un affresco raffigurante i sette Angeli, con i loro rispettivi attributi iconografici e, cosa più eclatante, con i loro rispettivi nomi.
Tali nomi sono infatti tuttora decisamente poco conosciuti, perché rimasti nell'ombra per alcuni secoli. La ragione è semplice… mentre i nomi degli arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele, sono stati ampiamente riconosciuti dalla Chiesa grazie alla specifica dei loro nomi nella Bibbia (Gabriele e Michele dal libro di Daniele e Raffaele dal libro di Tobia), per gli altri vi è addirittura stata in passato una deliberata condanna verso chiunque ne avesse fatto menzione.